Ferrari Dino 206 SP, meraviglia del cavallino

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I volumi della carrozzeria ricordano quelli della 330 P3 e questo basta per ritagliargli un posto d’onore nel cuore del popolo ferrarista. Anch’essa realizzata dalla Carrozzeria Drogo, vanta una linea delicata e coinvolgente, che la rende estremamente appetibile. Raccolta e tondeggiante, esprime un romanticismo stilistico al quale non è difficile abbandonarsi. Il delizioso frontale, schiacciato al suolo, assicura la giusta dose di deportanza.

Un grande parabrezza arcuato protegge l’abitacolo dai vortici d’aria e ne slancia il profilo. Alle spalle del pilota spicca un roll-bar collegato da due pinne al cofano motore, per un risultato armonico di sublime eccellenza artistica. La coda, morbida e ondulata, incanta la vista e garantisce un buon livello di carico aerodinamico. Con le sue proporzioni da top model la 206 Sp sembra pronta ad aggredire l’asfalto dei campi di gara. Sarà l’ultimo prototipo da corsa del “cavallino rampante” a fare tesoro del motore V6; poi si passerà ad altri frazionamenti.

A causa delle agitazioni sindacali del 1966 la vettura viene realizzata in soli 16 esemplari (tre dei quali in versione berlinetta), contro gli almeno 50 desiderati dal Drake. Questo la costringe a confrontarsi con i più performanti prototipi. Nella sua breve carriera “ufficiale” non riuscirà a toccare le vette della gloria, ma saprà conquistare l’amore di tifosi e collezionisti. L’impostazione tecnica ricalca quella della Dino 206 P, solo parzialmente aggiornata.

Il motore 6 cilindri da due litri, lievemente ritoccato nell’alimentazione e con diversa morfologia delle camere di combustione (che profumano di Formula Uno), registra una tangibile incremento di potenza. Eroga 218 Cv a ben 9000 giri al minuto: un valore più che sufficiente a spingere con grinta di matrice corsaiola i 580 kg della compatta creatura. Grazie agli interventi successivi, la riserva energetica del piccolo blocco in lega leggera crescerà a fino a lambire i 240 Cv.

L’impresa è resa possibile dall’adozione di un più elevato numero di valvole e dall’esordio dell’iniezione meccanica Lucas, che rimpiazza i classici carburatori. Il telaio tubolare in acciaio, rinforzato con pannelli d’alluminio rivettati, garantisce elevate prestazioni strutturali, per un’ottimale precisione di guida. Le premesse sono di grande valore, ma la carriera della 206 Sp sarà segnata da infelici episodi che ne compromettono il curriculum, anche nelle gare in salita, dove la “rossa” dimostra di essere affilata come un coltello da cucina.

Il debutto in società del modello “preserie” avviene alla 12 Ore di Sebring del marzo 1966; condotta da Bandini e Scarfiotti, consegue un sofferto quinto posto. Banali e fastidiosi inconvenienti, come il malfunzionamento dei tergicristalli, caratterizzeranno la partecipazione alle 1000 km di Monza e Targa Florio, disputate sotto una pioggia battente. Nonostante le disavventure, l’auto guidata da Guichet e Baghetti consegue in Sicilia un dignitoso secondo posto.

Forte della sua naturale predisposizione, la 206 Sp si appropria di un ritmo valido per concorrere al successo nel Campionato della Montagna. Sulle tortuose strade che si arrampicano alle pendici dei colli, fra mille tornanti abbracciati dal cielo, l’agile Dino guidata dall’esperto Scarfiotti emerge, infatti, per le spiccate attitudini. Ma, per il gioco del destino, a fine stagione dovrà compiacersi della seconda piazza, alle spalle della Porsche di Gerhard Mitter.

In condizioni ideali avrebbe potuto agguantare il titolo, lasciando una traccia più luminosa nel firmamento agonistico. I risultati di rilievo non sono comunque mancati. Nella carriera di questa piccola “rossa” spicca, fra gli altri, l’incredibile secondo posto ottenuto, dietro una grossa Chaparral, alla 1000 chilometri del Nurburgring, con Scarfiotti e Bandini alla guida. Al terzo posto la vettura gemella di Rodrìguez e Ginter.

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