Piquet si racconta: "non sono un figlio di papà"

Piquet mette in chiaro le sue....doti!Portare un cognome famoso è un arma a doppio taglio. Non lo scopriamo di certo oggi, ma la cosa rimane pur sempre una dote che caraterizza inevitabilmente la vita di certi "figli d'arte". Trai quali sicuramente possiamo annoverare Nelson Piquet Jr che, in un'intervista esclusiva rilasciata a Men's Health, ha svelato tutti i segreti della sua preparazione ma soprattutto ha messo in chiaro le sue capacità di guida. Che a differenza del cognome ti possono assicurare un sedile in F1.

Perlomeno secondo il suo pensiero: "Essere figlio di Piquet mi ha senz'altro aiutato per i suoi contatti e la sua esperienza. Ma non si arriva in Formula Uno se non si è molto veloci. E il fatto di dover sempre dimostrare di non essere un figlio di papà si è rivelata una motivazione a dare sempre di più. Il punto di svolta della mia carriera è arrivato con la conquista del secondo posto nel campionato Gp2 del 2006, che mi ha reso appetibile agli occhi di molti team".

Un tema di quelli scottanti quello trattato da Nelsinho, perchè va a toccare argomenti che non sempre sono andati a braccetto, come il talento e il portafogli (che forse più del cognome apre certe strade..).

Ma a riguardo il figlio di Piquet ha idee abbastanza chiare, anche in merito alla domanda sempre in voga che chiede se conta più il pilota della macchina: "Per vincere o essere competitivi il mezzo meccanico conta solo il 40%. Il resto lo fa il pilota con tutte le componenti anche psicologiche che ogni gara si porta dietro".

Il segreto del suo autocontrollo è l'isolarsi prima di una gara: "Cerco un ambiente dove nessuno mi disturba, grazie alla musica mi rilasso per non pensare in modo ossessivo alla gara. Poi pranzo da solo, non parlo mai con nessuno".

"In questo sport, se capisci come dosarla, è importante l'aggressività. Che a questo punto si potrebbe definire più come determinazione, ovvero quel qualcosa in più che ti fa vincere. Ma devo dominare l'aggressività, altrimenti le conseguenze potrebbero essere drammatiche".

E aggiunge: "L'allenamento è importantissimo: ti dà consapevolezza dei tuoi mezzi, non si improvvisa nulla nel mio sport. Tuttavia, quando si arriva alla resa dei conti, la cosa decisiva è l'esperienza. E nelle gare automobilistiche ho dovuto imparare a ragionare step by step senza perdere di vista l'obiettivo finale, stimolando al massimo la mia ambizione".

Altri sport per il giovane campione? "Non sono portato per il pallone e tifo tiepidamente il San Paolo. E quel poco che so di questo sport me l'ha raccontato il mio amico Kakà: lui mi spiega il calcio e io la Formula Uno".

via | SportAutoMoto

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