Le 5 auto più famose dei piloti di Formula 1

Oggi passiamo in rassegna 5 delle auto più famose appartenute ai piloti di Formula 1 del presente e del passato.

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Gli interpreti del Circus sono maestri della guida e i loro gusti riflettono una grande competenza, anche se qualche volta le scelte sono vincolate ai contratti e alle appartenenze.

Non è raro, però, che passioni e interessi istituzionali coincidano, specie quando il rapporto professionale è con squadre di grande fama, che producono auto sportive di riferimento, amate in ogni angolo del pianeta, a tutti i livelli.

Qui abbiamo fatto una selezione sconnessa dal tempo, perché la passione lascia sempre il segno, a prescindere dal momento in cui si vive questa espressione del sentimento.

I piloti di cui ci occuperemo sono Kimi Raikkonen, Jenson Button, Michele Alboreto, Mark Webber e Clay Regazzoni, che hanno avuto nel box di casa gioielli firmati Ferrari, Porsche e Bugatti. Vi invitiamo a seguirci in questo cammino.

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La Ferrari Enzo di Kimi Raikkonen

E’ di queste ore la notizia del ritorno di Kimi Raikkonen alla Ferrari. Si tratta di una novità impor-tante per la Formula 1, perché sancisce un nuovo approccio sportivo della scuderia del “cavallino rampante”.

Alla casa di Maranello il pilota finlandese è legato anche da una genuina passione per le auto stradali. Fra i gioielli ospitati nel suo box spicca una creatura dal nome importante: la Ferrari Enzo.

Quest’opera è l'espressione tangibile della capacità tecnologica dell'azienda che ha saputo interpre-tare meglio di tutte le altre i sogni degli appassionati.

Vero concentrato di finezze progettuali, attinte a piene mani dai bolidi "rossi" che corrono in Formula 1, la Enzo è una vera gioia dei sensi. Efficienza è la sua ragion d'essere e tutti gli studi sono stati orientati allo scopo. Il risultato è un missile da oltre 350 km/h, che accelera meglio di un jet militare. L'impianto frenante, in materiale carboceramico, sarebbe sufficiente a fermare in pochi metri anche un treno lanciato alla massima velocità.

Niente sulla Enzo è lasciato all'improvvisazione e tutto, anche il più piccolo dettaglio, ha una precisa utilità funzionale. Lo stile dell'aggressiva carrozzeria è stato elaborato con l'obiettivo di agevolare lo scorrimento dell'auto nell'aria, sfruttando al contempo lo scorrimento dell'aria sull'auto per generare un tale carico deportante (ben 775 kg a 300 Km/h) da incollare il "mostro" all'asfalto. Giochi di prestigio che solo ai maghi di Maranello potevano riuscire!

Poi c'è il motore, cuore pulsante di questa "rossa", tutto grinta e passione, sintesi perfetta di potenza e di coppia; raffinato e tecnologico, dispensatore di melodie rossiniane e di umane passioni. Non un insignificante ammasso di metalli finemente lavorati, ma una meteora che sprigiona energia pura, fieramente esibita da ognuno dei suoi oltre 660 cavalli, per regalare autentiche emozioni intrise di nobile storia a un pubblico di appassionati dal palato raffinato.

Un propulsore generoso e corsaiolo, docile e violento, che spingerebbe al decollo un pesante Jumbo, eppure compatto e leggero, quasi a voler testimoniare della raffinatezza della sua progettazione. La Ferrari Enzo, col suo charme surreale, incanta tutti, anche quanti sono abituati ad una visione utilitaristica e piatta della vita. Il fascino che trasuda da ogni bullone di questa superba sportiva rapisce chiunque e convince anche i più freddi che nel mondo esistono ancora delle opere capaci di regalare sensazioni forti. Oggi al suo posto c’è LaFerrari, ma la Enzo, a molti anni dalla nascita, conserva intatto il suo fascino.

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La Bugatti Veyron di Jenson Button

Nel garage di Jenson Button si sono viste molte auto sportive, espressione tangibile dell’ingegno creativo umano.

Fra le supercar guidate in passato dal pilota britannico della McLaren meritano di essere citate una Ferrari Enzo, una Porsche Carrera GT, una Ford GT e una Bugatti Veyron.

Quest’ultima è stata venduta, ma resta una delle regine della raccolta. Giunta ormai a fine carriera, l’opera alsaziana è il frutto di quelle sfide ambiziose dell'uomo che hanno contribuito alla causa del progresso. Quando Ferdinand Piech, boss del gruppo Volkswagen, espresse il desiderio di creare un’auto da 400 km/h, in pochi gli diedero credito. Alcuni maligni sussurrarono che un’avventura del genere avrebbe avuto implicazioni negative sul bilancio della holding.

In effetti il lavoro si rivelò più duro del previsto e i tecnici faticarono molto per mettere a punto un modello che si proiettava in una nuova dimensione, mai esplorata prima. I cambiamenti in corso d’opera e i numerosi rinvii rischiarono di pesare come un macigno sull’immagine del costruttore. All’origine della tormentata trafila i problemi di messa a punto del nuovo strumento di guerra. I collaudi sembravano non finire mai e le presentazioni alla stampa venivano spesso rinviate.

Le ripercussioni di un flop avrebbero avuto proporzioni bibliche, ma la difficoltà emerse erano già bastate a scatenare l’ironia di tanti. Solo un risultato straordinario poteva cancellare le infelici premesse. Piech lo sapeva e non si tirò indietro, anzi spinse i suoi a fare gli straordinari. Alla fine il prodigio giunse a compimento e la Veyron venne svelata al pubblico, stordito dalle sue innovazioni. Le prime prove della stampa vennero effettuate in Sicilia nel 2005, sul circuito della Targa Florio, per annunciare a tutti che gli autori erano sicuri del fatto loro.

Il percorso madonita, infatti, non è tenero con i prodotti mediocri e mette in luce qualsiasi lacuna, anche la più piccola. Una prova del fuoco superata egregiamente dai progettisti, che ottennero il consenso sperato. Il miracolo aveva preso forma.

Oggi nessuno osa mettere in dubbio la qualità del risultato, che esprime dei numeri eccezionali, non solo per la velocità massima, superiore ai 400 km/h, e per la potenza, superiore ai 1000 cavalli. Questa forza bruta giunge da un 16 cilindri a quattro bancate di 7.993 cc, reso esplosivo da 4 quattro turbocompressori che girano con grande foga. Mi piacerebbe conoscere il parere di Button sul “mo-stro” di Molsheim.

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La Ferrari F40 di Michele Alboreto

Michele Alboreto è stato uno dei piloti più umili e amati della Formula 1. Enzo Ferrari aveva una particolare simpatia per lui. Modello di stile e umanità, fu vicecampione del mondo di Formula 1 nel 1985 e vincitore, tra le altre, della 24 Ore di Le Mans del 1997 e della 12 Ore di Sebring del 2001.

Purtroppo la sua vita è stata spezzata da un drammatico incidente, avvenuto sul circuito di Lausitzring nel 2001, durante una sessione di collaudo con l’Audi R8 Sport. Di lui si ricorda anche la passione per le auto sportive. Nel suo garage c’erano due Ferrari importanti dell’era moderna: la Gto e la F40. Entrambe sono straordinarie, ma vogliamo concentrarci su quest’ultima.

Si tratta di una supercar dal fascino inimitabile, che ne fa un'icona della casa di Maranello. La sua nascita risale al 1987, per celebrare i 40 anni di attività del marchio. Il nome deriva da Ferrari Fourty, suggerito dal giornalista Gino Rancati al Commendatore, per siglare il nuovo modello nel segno della ricorrenza, con un abbinamento molto simile a quelli utilizzati per identificare i caccia militari.

La F40 è l’oggetto stradale più simile ai velocissimi jet che solcano i cieli, ma è anche un condensato della storia della marca, interpretata ai più alti livelli. Nessun’altra vettura è riuscita ad esprimere una così vistosa aggressività, in una forma comunque estremamente elegante. Incredibili le sue performance.

E' un’auto meravigliosa: somiglia a un prototipo da corsa pronto a mordere l’asfalto, col suo muso basso e profilato, la fiancata slanciata, l’enorme alettone a tutta larghezza che domina il posteriore. Alla sua vista si rimane senza fiato! La linea di questo bolide del “cavallino rampante” è fantastica. Una vera scultura su quattro ruote, che cattura lo sguardo e fa schizzare in alto le pulsazioni cardia-che. Purissime le emozioni elargite agli appassionati, che ricambiano con venerazione il suo carattere forte e corsaiolo. Michele ne era innamorato.

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La Porsche Carrera GT di Mark Webber

Nel garage di Mark Webber si sono viste diverse auto sportive, compresa una Porsche Carrera GT, che ha accompagnato alcune giornate felici del pilota della Red Bull, giunto quest’anno alla stagione conclusiva della sua presenza agonistica nel Circus.

Il divorzio dal team di Milton Keynes ha prodotto del movimento sul mercato piloti, con l’approdo di Daniel Ricciardo al suo posto. Ci si interroga, ora, su cosa farà Webber nel futuro, ma una cosa è certa: nel suo box non mancheranno mai delle supercar.

Una delle più famose ospitate nella rimessa personale è stata la Porsche Carrera GT, che resta attuale a molti anni dalla presentazione. Ciò che la rende appetibile è la tecnologia estrema, abbinata a un look di alto livello e a un handiling corsaiolo, sottolineato da un rombo molto acuto, come sui bolidi da gara.

Del resto le note provenienti dal motore V10 da 5.7 litri non potevano avere tonalità diverse, vista la discendenza di questa unità propulsiva da quella progetta per un prototipo LMP1 destinato ad af-frontare le insidie della 24 Ore di Le Mans.

La sportiva di Stoccarda, rimasta in listino dal 2003 al 2006, si muoveva con la carica di 612 scalpitanti cavalli, erogati con la grinta voluta dai porschisti più incalliti, che la amano alla perdizione. Questa roadster a motore centrale è in grado di accelerare da 0 a 200 Km/h in 9.9 secondi, un tempo che anche oggi è difficile da ottenere, pur con abbondanti dosi di energia nel cuore. La velocità di punta tocca quota 330 Km/h, ma non è il dato numerico più importante per una proposta del genere. Ciò che più contano sono infatti le emozioni, il feeling di guida e l’handiling. Le stesse doti che chiede Webber ad un’auto stradale.

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La Ferrari 250 GT Swb di Clay Regazzoni

Clay Regazzoni amava le auto sportive, con cui si presentava spesso ai migliori raduni internazionali. Il mitico pilota svizzero, nato a Lugano il 5 settembre 1939, è purtroppo scomparso in un drammatico incidente sull’autostrada del Sole nel tratto tra Parma e Fidenza, il 15 dicembre 2006.

Con lui è venuto a mancare un uomo brillante, aperto e sorridente, lucido e determinato, sempre pronto a cogliere gli aspetti positivi della vita. Anche quando una disgrazia lo costrinse alla sedia a rotelle.

Clay disputò 135 Gran Premi in Formula 1, vincendone cinque e pilotando la Ferrari per altrettante indimenticabili stagioni. Al volante della “rossa” sfiorò il titolo mondiale nel 1974, andato ad Emer-son Fittipaldi per soli tre punti.

Anche nelle strade di tutti i giorni amava muoversi su gioielli del “cavallino rampante”. Fra le sue auto ricordiamo una F40, una Daytona e una 250 GT Berlinetta passo corto, nota a tutti come 250 Swb. Questa splendida creatura, presentata al salone di Parigi del 1959, è un esempio perfetto di auto stradale che vince le corse, grazie alla sua capacità di esprimersi bene nei diversi contesti agonistici facendo ricorso a poche modifiche racing.

Spinta da un motore V12 di 3 litri disposto anteriormente, con 280 cavalli all'attivo, riesce ad offrire delle prestazioni entusiasmanti, accompagnate da un sound che fa venire la pelle d'oca. Le versioni Competizione vinsero il Tour de France dal 1960 al 1962, il Tourist Trophy a Goodwood nel 1960 e nel 1961, la categoria GT a Le Mans nel 1960 e 1961 e alla 1000 Km del Nurburgring nel 1961 e 1962. Tantissimi i successi, assoluti e di classe, conquistati da questa regina della categoria GT, che seppe guadagnare un posto privilegiato nel cuore di Regazzoni.
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