Ferrari, Peter John Collins: pilota inglese di cultura meccanica

La data odierna richiama alla memoria Peter John Collins. Il pilota inglese nacque infatti il 6 novembre 1931 a Kidderminster.

La sua prima stagione in Formula 1 prese forma nel 1952, al volante della HWM. Impegnato su più fronti motoristici, raccolse la gloria in varie categorie, centrando negli anni il gradino più alto del podio anche al Tourist Trophy, alla 1000 Chilometri di Buenos Aires e alla 12 Ore di Sebring.

Dopo il passaggio alla Maserati, il suo impegno nel Circus proseguì con la Ferrari, dove giunse nel 1956. Come racconta il sito ufficiale del “cavallino rampante”, nella sua prima stagione con la scuderia, Collins fu fondamentale nella conquista del titolo iridato.

Il matrimonio con la casa di Maranello andò avanti fino al 1958, quando questo driver di grande competenza meccanica conquistò l’ultimo dei suoi tre successi nell’universo dorato dei Gran Premi, al volante di una 246 F1. Scopriamola da vicino.

Ferrari 246 F1

La “246 F1” è l’ultima monoposto Ferrari ad essere spinta da un propulsore collocato anteriormente. Le brillanti prestazioni sfoggiate dalle Cooper a motore posteriore costringeranno infatti il Commendatore ad arrendersi all’evidente supremazia della nuova architettura che, a suon di risultati, sfata il credo – a lui tanto caro – che vuole i buoi davanti al carro.

Il telaio di questo bolide da Gran Premio, benché perfezionato da notevoli evoluzioni costruttive, è a struttura tubolare, nel solco della migliore tradizione di “famiglia”. Anche le sospensioni seguono il collaudato schema a ruote indipendenti all’avantreno e a ponte De Dion al retrotreno; negli step successivi pure queste ultime, tuttavia, diventeranno a ruote indipendenti.

I freni sono a tamburo sulle quattro ruote ma, nel corso dello sviluppo, verranno sperimentate (per la prima volta in Ferrari) le efficaci unità anteriori a disco. Il cambio è a quattro rapporti più retromarcia, installato posteriormente in senso trasversale e posto in blocco col differenziale; la frizione è a dischi multipli. Buono il dato relativo al peso, contenuto in appena 560 Kg, grazie all’ampio impiego del leggero allumino.

Questo facilita il compito del motore destinato a spingere la monoposto, che è un 6 cilindri a doppia bancata ad angolo interno di 65°, con alesaggio di 85 mm e corsa di 71 mm. La sua cilindrata è di 2417 cc e la potenza che riesce ad esprimere si attesta sui 280 cv a 8500 giri al minuto. Due sono le valvole per cilindro, con distribuzione di tipo bialbero a camme in testa azionata da catena.

Si racconta che all’impostazione iniziale del propulsore abbia collaborato Dino, il figlio del Commendatore prematuramente scomparso. Ed è in suo onore che questo sei cilindri viene battezzato col suo nome. L’unica vittoria conseguita a Reims, nel corso del Gran Premio di Francia, assicura al driver inglese Mike Hawthorn la conquista del Campionato del Mondo del 1958, alla guida di una monoposto sana e affidabile, la “246 F1” appunto. Per la Casa di Maranello questo successo è un’ulteriore alloro da aggiungere ad un’ampia lista destinata a diventare sempre più lunga, creando nel tempo un palmares d’eccellenza capace di elevare a mito la piccola azienda fondata dal Grande Enzo Ferrari.

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