Storia F1: il successo di Behra in Ferrari ad Aintree

La data odierna ricorda quella del successo del pilota francese Jean Behra nella 200 Miglia di Aintree, al volante della Ferrari 246 F1. Riviviamo la cronaca di quell’evento.

Von Trips In Practice

In Formula 1, nei decenni passati, ci sono state delle gare non inserite nel calendario iridato. Questo non ha inciso sul valore dello spettacolo offerto al pubblico. Oggi il sito della Ferrari ci ricorda un successo in una sfida del genere.

Il 18 aprile 1959 si svolse in Inghilterra la 200 miglia di Aintree, una gara non valida per il campionato del mondo da disputarsi lungo la distanza di 67 giri sui 4.828 metri del circuito. La distanza totale da percorrere era dunque di 323,476 chilometri. La Ferrari partecipò a quella corsa con due 246 F1 affidate all’idolo di casa Tony Brooks e al francese Jean Behra.

La gara vide una bella battaglia a tre fra le due Ferrari e la Cooper del neozelandese Bruce McLaren che presero subito un vantaggio enorme su tutti gli avversari. Alla fine ad imporsi fu Jean Behra che batté sul filo di lana proprio Brooks mentre Bruce McLaren fu costretto ad accontentarsi del terzo posto.

Dal quarto in poi erano tutti staccatissimi. A giungere ai piedi del podio fu infatti il franco-brasiliano Hermano Da Silva Ramos che però, con la sua Maserati, passò il traguardo con addirittura quattro giri di distacco.

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Protagonista di quell’affermazione fu la Ferrari 246 F1, che approfondiamo da vicino, per scoprirne meglio i dettagli e le caratteristiche.

Ferrari 246 F1

La “246 F1” è l’ultima monoposto Ferrari ad essere spinta da un propulsore collocato anteriormente. Le brillanti prestazioni sfoggiate dalle Cooper a motore posteriore costringeranno infatti il Commendatore ad arrendersi all’evidente supremazia della nuova architettura che, a suon di risultati, sfata il credo – a lui tanto caro – che vuole i buoi davanti al carro. Il telaio di questo bolide da Gran Premio, benché perfezionato da notevoli evoluzioni costruttive, è a struttura tubolare, nel solco della migliore tradizione di “famiglia”. Anche le sospensioni seguono il collaudato schema a ruote indipendenti all’avantreno e a ponte De Dion al retrotreno; negli step successivi pure queste ultime, tuttavia, diventeranno a ruote indipendenti.

I freni sono a tamburo sulle quattro ruote ma, nel corso dello sviluppo, verranno sperimentate (per la prima volta in Ferrari) le efficaci unità anteriori a disco. Il cambio è a quattro rapporti più retromarcia, installato posteriormente in senso trasversale e posto in blocco col differenziale; la frizione è a dischi multipli. Buono il dato relativo al peso, contenuto in appena 560 Kg, grazie all’ampio impiego del leggero allumino. Questo facilita il compito del motore destinato a spingere la monoposto, che è un 6 cilindri a doppia bancata ad angolo interno di 65°, con alesaggio di 85 mm e corsa di 71 mm. La sua cilindrata è di 2417 cc e la potenza che riesce ad esprimere si attesta sui 280 cv a 8500 giri al minuto. Due sono le valvole per cilindro, con distribuzione di tipo bialbero a camme in testa azionata da catena.

Si racconta che all’impostazione iniziale del propulsore abbia collaborato Dino, il figlio del Commendatore prematuramente scomparso. Ed è in suo onore che questo sei cilindri viene battezzato col suo nome. L’unica vittoria conseguita a Reims, nel corso del Gran Premio di Francia, assicura al driver inglese Mike Hawthorn la conquista del Campionato del Mondo del 1958, alla guida di una monoposto sana e affidabile, la “246 F1” appunto. Per la Casa di Maranello questo successo è un’ulteriore alloro da aggiungere ad un’ampia lista destinata a diventare sempre più lunga, creando nel tempo un palmares d’eccellenza capace di elevare a mito la piccola azienda fondata dal Grande Enzo Ferrari.

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