24 Ore di Le Mans 2014: viaggio alla scoperta delle regine del passato

A poche settimane dalla 24 Ore di Le Mans 2014, che andrà in scena a metà giugno, continuiamo il nostro viaggio alla scoperta delle auto che hanno vinto la mitica maratona della Sarthe.

Goodwood Festival of Speed

Oggi parliamo di tre modelli storici che si sono imposti negli anni passati alla mitica 24 Ore di Le Mans. Sono vetture di immenso pregio, che i collezionisti cercano come l'acqua in mezzo al deserto. Scopriamoli insieme.

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Ferrari 166 MM

Al Salone Internazionale dell’Auto di Torino del 15 settembre 1948 fanno la loro prima apparizione due nuove versioni della Ferrari 166. Si tratta di vetture che, pur derivando da una base comune, si differenziano visibilmente l’una dall’altra.

Entrambe nascono dalle felice matita dei maestri della carrozzeria milanese Touring, nota anche per il suo sistema di fabbricazione denominato “Superleggera”. Vengono battezzate con le sigle: 166 S e 166 MM. La prima, più consona ad un uso stradale, si caratterizza per la tradizionale carrozzeria tipo berlinetta 2+2, capace di garantire, grazie al passo lungo, un’abitabilità paragonabile a quella di una confortevole media.

La seconda, la 166 MM, non dissimula la sua vocazione sportiva ed è molto più accattivante e ardita. E’ una vettura rivoluzionaria, per i canoni dell’epoca, e lo si evince dalla distribuzione dei volumi, che segue sentieri diversi rispetto a quelli consolidati. La sua carrozzeria si caratterizza per la prominente nervatura che percorre la fiancata, per gli sbalzi ridotti e per una imponente griglia frontale che dona all’insieme quella forte personalità che solo le auto Ferrari sanno avere.

E’ una bella creatura, ma è anche un’auto vincente e già la sigla, con quelle due “emme” accostate (che stanno per Mille Miglia), la dice lunga sulle sue ambizioni sportive. La barchetta 166, del resto, ha le giuste credenziali per potersi esprimere ai massimi livelli. Con le sue caratteristiche tecniche di prim’ordine, è una vera opera d’arte, la cui chicca è il propulsore a dodici cilindri disegnato dall’ingegner Colombo e perfezionato da Musso e Lampredi. Disposto all’avantreno, in senso longitudinale, ha una cilindrata di 2 litri, ed è un superquadro con lubrificazione a carter umido, dotato di basamento, testa e carter in lega leggera.

Le due bancate sono inclinate a V di 60° e l’alimentazione è garantita da 3 carburatori doppio corpo da 32 mm. La potenza massima è di 140 cv, erogati al regime di 6600 giri al minuto. Dotata di un cambio a 5 rapporti, la vettura vanta un’invidiabile agilità, grazie al passo di appena 2.20 metri. Il telaio è un monoblocco in tubi di acciaio a sezione ellittica, mentre le sospensioni riprendono lo schema della 125 S, con ruote indipendenti all’avantreno e ponte rigido al retrotreno.

Il peso ridotto dell’auto, pari a 650 kg, abbinato alla grande potenza espressa dal superlativo propulsore, garantiscono prestazioni eccellenti, ben rappresentate da una velocità di punta superiore ai 200 Km/h. Non occorre attendere molto per avere conferma della bontà del progetto “166”, e già in alcune gare minori di svezzamento la “rossa” evidenzia il suo potenziale. Ma la prova più attesa è la sedicesima edizione della Mille Miglia, che si disputa a fine aprile. Sulla linea di partenza della gara bresciana la Ferrari si presenta con quattro 166 MM, tre delle quali ufficiali. La mitica sfida viene vinta da Clemente Biondetti che, con la sua barchetta, precede in classifica la vettura gemella di Sonetto.

Ancora più schiacciante la vittoria conseguita alla 24 Ore di Le Mans dall’importatore americano Luigi Chinetti, che conduce il bolide per quasi tutto l’arco della gara. Nel 1950 fanno il loro esordio i motori maggiorati, ma la 166 continua a mietere successi. Al 1951 risale la consegna degli ultimi esemplari della barchetta MM (prima serie) ai piloti privati, che continuano a dominare la loro categoria, nonostante l’impegno esclusivo degli ufficiali al volante delle vetture più grosse.

Jaguar D-Type

La Jaguar D-Type è stata una vettura gloriosa, che si è imposta dal 1955 al 1957 nella più celebre gara di durata del pianeta: la 24 Ore di Le Mans.

Questa creatura, prodotta dalla casa britannica a partire dal 1954, centrò una magnifica doppietta nell’edizione 1957 della sfida della Sarthe, che ha rappresentato per Jaguar un momento estremamente importante sul piano storico e agonistico.

Si è trattato, probabilmente, del più grande trionfo sportivo automobilistico inglese e di un enorme successo per quello che allora era un produttore di autovetture relativamente piccolo.

Le vittorie a Le Mans hanno realmente imposto Jaguar nel mondo. Qualche anno fa venne celebrato in pompa magna il cinquantesimo anniversario di quel successo, con la collaborazione dell'Automobile Club de l'Ouest, che nel 2007 aveva consentito la presenza delle D-Type alla presentazione delle 24 Ore sul rettilineo di arrivo, prima che la corsa prendesse il via. Il sabato mattina le vetture furono guidate in circuito, nel corso della Motor Racing Legends Cavalcade.

La D-Type è un'auto che fa sognare. Il taglio dei suoi volumi tradisce l'attento studio aerodinamico compiuto dai tecnici d'oltremanica. Ogni porzione della carrozzeria trasmette un senso di grinta e sportività, come è giusto che sia per un bolide da gara così estremo. Questo muscoloso gioiello era spinto da un 6 cilindri in linea di 3.4 litri capace di raggiungere i 285 cavalli di potenza.

La velocità di punta, di circa 270 Km/h, veniva aiutata dalla fluida scorrevolezza nell'aria. Il peso, pari a 800 kg, ne rendeva più agile l'azione. La vettura viene ricordata per la tempra da purosangue e per le sue prove di forza, come quella offerta alla 24 Ore di Le Mans del 1955, vinta da Mike Ha-wthorn e Ivor Bueb. Molto alte le quotazioni.

Ferrari 250 P

La Ferrari 250 P del 1963 è una vettura attraente ed incisiva, che esprime un livello prestazionale degno del suo blasonato marchio. Sfoggia un’accattivante linea capace di ammaliare i cuori sportivi degli appassionati.

E’ un bolide da corsa, severo e rigoroso, ma ha la grazia stilistica delle produzioni di alta classe. Si caratterizza per l’ampio roll-bar posto alle spalle dell’abitacolo e per la morbidezza dei suoi tratti. Notevole la qualità delle finiture, davvero insolite per un prodotto destinato alle corse.

Il motore (anima viva di ogni Ferrari) deriva dal robusto V12 della Testa Rossa, disposto in posizione posteriore-centrale. Ostenta una proverbiale affidabilità, che ne esalta il rendimento. Alimentato da una maestosa batteria di carburatori multicorpo, sviluppa la considerevole potenza di 310 cavalli a 7500 giri al minuto. Un valore più che sufficiente a far volare la 250 P che, grazie alle sue doti, riesce ad emergere nella diverse condizioni d’impiego.

Prodotta in 4 esemplari, la nuova Sport di Maranello può contare su sofisticate sospensioni a ruote indipendenti e su efficaci freni a disco, celati dalle splendide ruote a raggi Borrani. La carrozzeria in alluminio grava su un telaio reticolare in acciaio che riprende alcune caratteristiche dei bolidi a ruote scoperte, sempre più orientati verso le monoscocche. Questa leggera piattaforma deriva da quella della 246 Sp a passo lungo, utilizzata per la messa a punto della nuova creatura.

Progettata da Mauro Forghieri e sviluppata con l’ausilio di Mike Parkes, che ne cura il collaudo, la 250 P viene presentata a Monza nel marzo del 1963. Assistono al vernissage brianzolo, nel cuore di un circuito ricco di storia, i piloti Lorenzo Bandini, Ludovico Scarfiotti e Nino Vaccarella. I dati tecnici promettono faville e lasciano intuire il suo luminoso futuro. La “rossa” raccoglie subito una magnifica doppietta alla 12 Ore di Sebring, con Surtees e Scarfiotti, che precedono sul traguardo i compagni di squadra Mairesse e Vaccarella.

Appare presto evidente la supremazia di questo distillato di arte meccanica che, sfruttando l’abilità dei suoi creatori, si proietta su un universo prestazionale inaccessibile agli agguerriti rivali, scesi in campo con la chiara ambizione di affezionarsi alle posizioni di vertice. Dovranno però smorzare gli slanci onirici, visto che per loro non ci sarà nessuna chance contro la nuova sportiva del “cavallino rampante” capace, durante il Campionato, di conquistare spesso il gradino più alto del podio. Così sarà alla 1000 km del Nurburgring, con Mairesse e Surtees trionfanti sulla linea di arrivo. La freccia scarlatta, condotta da Scarfiotti e Bandini, si aggiudica anche il più classico degli appuntamenti in calendario, la mitica 24 Ore di Le Mans.

Maglioli e Parkes, su vettura gemella, arrivano terzi, confermando il potenziale di un’auto che già nelle prove di aprile aveva prevalso nella classifica dei tempi. Con Pedro Rodriguez la 250 P si afferma pure al Gran Premio del Canada. Sfortunata la partecipazione alla Targa Florio, coi due equipaggi Mairesse-Scarfiotti e Surtees-Parkes costretti all’abbandono da banali contrattempi. L’epilogo è reso ancora più amaro dal ritiro della patente a Vaccarella, a ridosso della prova di casa, dove il “Preside Volante”, spinto dal calore del pubblico, avrebbe fatto scintille. Benché colpita da infelici disavventure, la “rossa” chiuderà la stagione con la vittoria nel Campionato Mondiale Marche, del quale è indiscussa regina.

La creatura partorita dagli uomini di Maranello si congeda con tutti gli onori e sarà la capostipite di una famiglia di Sport che avrà nella 330 P4 l’ultima nobile discendente. Entrerà nella storia per essere stata la prima ad aver adottato un 12 cilindri posto alle spalle dell’abitacolo e per aver completato, insieme alla Le Mans, la gloriosa stirpe delle 250.

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