Mille Miglia: la tripletta Ferrari nell'edizione del 1956

E’ in corso la sua rievocazione storica, con la formula della regolarità, ma ci piace ricordare la vita agonistica della mitica “Freccia Rossa”.

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La Mille Miglia del 1956 si svolse il 28 e 29 aprile. Quell’edizione (la numero 23 della storia), fu dominata dai colori della Ferrari, che guadagnò una meravigliosa tripletta al traguardo di Brescia.

I cugini di Autoblog partecipano alla rievocazione

Gli onori della gloria andarono a Eugenio Castellotti, su 290 MM spyder Scaglietti numero 548, che coprì la distanza di gara in 11h 37'10", alla media di 137,442 km/h.

Ferrari And Castellotti

Dietro di lui giunsero le “rosse” di Peter Collins/Louis Klementaski e di Luigi Musso. In entrambi i casi si trattava di Ferrari 860 Monza spyder Scaglietti. Scopriamo insieme i modelli del “cavallino rampante” che monopolizzarono quel podio.

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

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Ferrari 290 MM

Molto simile alla 860 Monza, la 290 MM del 1956 è una bella barchetta, con muso lungo e linea affusolata. Esprime dinamismo ed incarna al meglio l’essenza della velocità.

La sua carrozzeria, come al solito, è realizzata da Scaglietti, su disegno Pinin Farina. Aspira a diventare la reginetta della gara bresciana di cui porta il nome. Due esemplari di questa “rossa” vengono plasmati con parafanghi prominenti ed ampie feritoie per il raffreddamento dei freni. La sigla deriva dalla cilindrata unitaria. Grazie a questo modello la Casa del “cavallino rampante” si aggiudicherà il titolo Mondiale Sport del 1956.

Il suo motore di ultima generazione nasce dal lavoro dell’equipe tecnica coordinata dal grande Vit-torio Jano, che garantisce un risultato di qualità. Il nuovo “cuore” ha dimensioni diverse ed è più corto e largo dei precedenti V12. E’ un monoalbero di 3.5 litri a doppia accensione, derivato dall’unità impiegata sulle monoposto (di 4,5 litri, ma non lo metto, prima verifico questo fra parentesi).

Alimentato da 3 carburatori Weber quadricorpo (che sostituiscono presto i doppio corpo) sfoggia la bellezza di 350 CV a 7200 giri al minuto. Il rombo pieno e vigoroso di questo “vulcano” a 24 valvole tradisce la dirompente forza interiore. E’ un propulsore sbuffante di gioia agli alti regimi, che ne costituiscono il campo ideale di sfruttamento. Richiede però un considerevole impegno di guida, a causa della curva di coppia decisamente acuta, che lo rende difficile da interpretare.

L’articolata orditura dei tubi di acciaio a sezione ovale della piattaforma telaistica, ancorati a due grossi longheroni, garantisce una notevole robustezza strutturale. Dal felice abbinamento fra la solida ossatura di supporto e il potente motore che ne anima l’azione, derivano delle performance di elevato lignaggio. La leggera carrozzeria in alluminio consente di contenere il peso, riducendo la fatica dei flemmatici tamburi dell’impianto frenante. Prodotta in 5 esemplari, la 290 MM debutta al Giro di Sicilia dell’aprile 1956.

Entrambe le vetture in gara, condotte da Luigi Musso e Eugenio Catellotti, non raggiungono il tra-guardo per problemi di affidabilità, causati da una messa a punto non ottimale. Gli inconvenienti vengono subito individuati (e risolti) e, alla Mille Miglia dello stesso mese, Eugenio Castellotti si aggiudica il successo. Quarto, con lo stesso modello, il mitico Juan Manuel Fangio, giunto ad oltre mezz’ora. E’ questa l’affermazione più importante della 290 MM, la cui carriera sarà alquanto breve. Per una serie di sfortunate circostanze la “rossa” guidata da Gendebien e De Portago giunge solo terza alla 1000 km del Nurburgring.

Dopo il ritiro alla Targa Florio, arriva la doppietta al Gran Premio di Svezia, con Maurice Trintgnant e Phil Hill davanti a Wolfgang von Trips e Peter Collins, alla fine di una gara mozzafiato. Il modello si ritaglia uno spazio importante nella storia della Casa emiliana che, grazie al suo contributo, potrà arricchire la splendida bacheca dei trofei.

Foto | Conceptcarz.com

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Ferrari 860 Monza

La Ferrari 860 Monza viene allestita da Scaglietti, che plasma la materia con la magica poesia delle più nobili opere d’arte. E’ una sportiva muscolosa, ma esibisce con gusto la sua smisurata grinta. Sfoggia frizzante aggressività da tutti i pori, con uno stile denso di viva seduzione.

Il muso, lungo e penetrante, sembra disegnato per scalfire l’aria. La coda, sinuosa e possente, è sormontata da una vela, che si raccorda morbidamente al poggiatesta. Gli archi posteriori dei passaruota avvolgono i larghi pneumatici, celandone marginalmente la parte superiore. Ai fianchi spicca un grande estrattore d’aria, che evacua i bollenti spiriti effusi dal portentoso cuore.

L’obiettivo dello staff tecnico è quello di ridare smalto al “cavallino rampante”, per spaz-zare i ricordi della travolgente marcia delle Mercedes Slr, dominatrici della categoria Sport nel 1955. Ma la nuova creatura di Maranello non potrà misurarsi coi prodotti ufficiali della stella di Stoccarda, usciti di scena perché appagati dalla lunga scia di successi.

Spinta da un quattro cilindri in linea, disposto anteriormente, con cilindrata di 3.4 litri, sviluppa delle ottime prestazioni. Gli oltre 280 cavalli sono più che sufficienti ad imprimere il giusto ritmo agli 860 kg del corpo vettura. All’affinamento del propulsore concorrono gli specialisti Bellantani, Massimino e Fraschetti che, con le loro alchimie tecniche, ottengono regimi di rotazione degni di unità ben più frazionate. La potenza specifica risulta soddisfacente e la coppia motrice garantisce una buona vigoria, già a partire dai regimi più bassi.

Questo regala una buona guidabilità, che migliora la dinamica complessiva del mezzo. Il telaio a longheroni e traverse tubolari assicura l’attesa consistenza. Tale piattaforma supporta la leggera carrozzeria in alluminio, che concorre al contenimento del peso. Il riuscito abbinamento fra la sana meccanica e la filante silhouette consente una discreta scorrevolezza. La 860 Monza raggiunge i 260 km/h di velocità di punta. A frenare la foga del bolide “rosso” provvedono, con grande patimento, dei modesti tamburi a comando idraulico.

La risoluta Sport contribuisce alla conquista del Mondiale Marche del 1956 (il quarto per la Ferrari). Si affianca alla più grossa 12 cilindri, consegnata alla storia col nome di 290 MM. E’ una vettura azzeccata ma, a differenza dei “cavallini” più prestigiosi, non saprà conquistare i vertici della gloria. Vince il Giro di Sicilia, con Collins-Klemantaski, e la 12 Ore di Sebring, con Fangio e Castellotti (seguiti da Musso e Schell su vettura gemella).

Significativi il secondo e terzo posto di Collins e Musso alla Mille Miglia, disputata fra pioggia, vento e grandine, in uno scenario apocalittico di grande suggestione. La maratona italiana viene vinta dalla sorella maggiore condotta da Eugenio Castellotti. Il secondo posto conseguito da questo, in coppia con Fangio, alla 1000 Km del Nürburgring e alcuni successi in gare minori completano la fulgida annata.

Foto | Autowp.ru";}}

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