Briatore, il tribunale di Parigi annulla la sua radiazione

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Attendeva con fiducia il responso e adesso si gode l'esito favorevole del suo ricorso. Flavio Briatore si è visto annullare la squalifica inflittagli dalla Fia per i fatti di Singapore 2008, in relazione ai quali era stato accusato di aver ordito il finto incidente di Nelson Piquet Junior, per agevolare la rimonta di Fernando Alonso. L'ex team principal della Renault, che reclamava l'estraneità ai fatti a lui imputati, non dovrà quindi scontare l'allontanamento coatto dall'automobilismo sportivo voluto da Max Mosley.

Il provvedimento assunto a suo carico dalla Fia è stato annullato dal tribunale delle Grandi Istanze di Parigi, che ha giudicato irregolare la decisione di radiarlo assunta a suo tempo dalla federazione. Per il danno di immagine subito a causa della vicenda, il manager italiano ha ottenuto un risarcimento di 15.000 euro, contro il milione originariamente preteso. Ma non era sul risultato finanziario che Briatore puntava le maggiori attenzioni. Bisogna dire che la pronuncia odierna fa riferimento al rito seguito per giungere al verdetto e non al merito della questione. Quindi non si tratta di un'assoluzione vera e propria.

L'appello era stato esaminato il 24 novembre scorso. I legali di Briatore avevano sostenuto che la squalifica del loro assistito violava le leggi dell'Unione Europea e della Corte Europea per i diritti umani. L'ex responsabile della Regiè era fiducioso sulla cancellazione della sanzione comminata a suo carico dall'organo sportivo.

Alcune settimane fa diceva: "In questa vicenda la Fia si è messa al servizio di una sola persona, il suo presidente. La decisione presa contro di me è un'aberrazione giuridica. Ho piena fiducia nei tribunali francesi per il ritorno a una valutazione imparziale". Chiara l'allusione a una possibile trama ordita ai suoi danni dall'ex numero 1 della federazione. Briatore sosteneva che l'organo sportivo era stato "giudice e parte in causa" nella vicenda, mentre all'ex presidente Mosley rimproverava un atteggiamento vendicativo, per regolare "un conto personale in sospeso", in virtù degli attriti emersi fra i due, specie durante il tentativo di creare un campionato parallelo.

Da parte loro, i suoi avvocati hanno sostenuto in giudizio che la Fia, essendo soggetto diverso da quello pubblico, non era legittimata a interdire l'esercizio di una professione. I togati hanno condiviso la tesi. Adesso il cuneese può dirsi felice.

Via | Corriere.it

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